Il sig. Pompei si sbaglia. Eppure i suoi video entusiasmano il blog Osservatorio: come mai?
Come abbiamo già detto, il blog Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo verità è molto innamorato dei discorsi del sig. Pompei. In realtà, però, molte delle affermazioni che egli propone nei suoi video sono inesatte e discutibili: si tratta della ripetizione dei soliti cliché pseudo‑tradizionalisti, diffusi da anni ma privi di reale fondamento storico e teologico. Vorremmo quindi proporre un breve excursus su alcune sue affermazioni nel confronto tra il Messale di Pio V e il Messale di Paolo VI.
Anzitutto, l’orientamento dell’altare. I tradizionalisti oppongono la celebrazione verso oriente, da loro definita “versus Deum”, in cui il sacerdote si rivolge verso il tabernacolo mostrando le spalle all’assemblea, alla celebrazione “versus populum”, in cui il sacerdote è rivolto verso il popolo. Il sig. Pompei afferma che il Messale di Paolo VI, approvato dopo il Concilio Vaticano II e che permette la celebrazione verso il popolo, attenua il senso del sacrificio. Smentiamo questa affermazione: l’orientamento non è un assoluto teologico. La Chiesa non ha mai insegnato che la celebrazione ad orientem sia superiore o più sacra di quella coram populo: si tratta di una opzione rituale, non di un dogma. Benedetto XVI ha chiarito che l’orientamento è un segno, non un contenuto di fede. Il Messale di Paolo VI, inoltre, permette pienamente la celebrazione ad orientem: il Novus Ordo non ha abolito l’orientamento comune verso l’abside. L’Ordinamento Generale del Messale Romano prevede che il sacerdote “si volga al popolo” in alcuni momenti, il che implica che normalmente non è rivolto al popolo. Dunque l’ad orientem non è affatto esclusivo del Vetus Ordo.
Va ricordato anche che la celebrazione coram populo è antichissima e non una “novità moderna”. A San Pietro in Vaticano, per esempio, si è sempre celebrato coram populo, perché l’abside guarda a ovest; molte basiliche paleocristiane avevano altari rivolti verso il popolo. L’idea che “in antico si celebrasse sempre ad orientem” è storicamente falsa. Nessun orientamento, inoltre, è “più sacrificale”: il sacrificio eucaristico è reso presente dalle parole della consacrazione, dall’epiclesi, dall’anamnesi e dalla dossologia finale, non dalla direzione fisica del sacerdote. Attribuire un valore teologico decisivo all’orientamento significa sovraccaricare un gesto esteriore. A questo si aggiunge un dato spesso ignorato: il Messale di Paolo VI parla di sacrificio più del Messale di Pio V. Il Messale del 1570 contiene il termine sacrificium poche volte nell’Ordinarium, mentre il Messale del 1970 lo contiene decine di volte, soprattutto nelle Preghiere Eucaristiche II, III e IV. Basti citare la Preghiera Eucaristica IV: «offerimus tibi hoc sacrificium vivum et sanctum», formula inesistente nel Messale di Pio V, o la Preghiera Eucaristica III: «Hostiam… cuius voluisti immolatione placari», dal linguaggio fortemente sacrificale. Il Novus Ordo, dunque, non attenua affatto il sacrificio: lo esplicita con maggiore chiarezza teologica.
Pompei afferma poi che il latino sarebbe una lingua sacra essenziale per custodire il mistero e che la Messa nuova lo avrebbe abbandonato. Anche qui i fatti dicono altro. Il Concilio Vaticano II ha confermato il latino: Sacrosanctum Concilium 36 afferma che «l’uso della lingua latina sia conservato nei riti latini». Il latino, quindi, non è stato abolito. Ma non è affatto “più sacro” delle altre lingue: non esiste alcun documento magisteriale che affermi che il latino sia ontologicamente sacro o più sacro delle altre lingue. La Chiesa lo ha scelto come lingua liturgica, non come lingua “sacra” in senso teologico. È stato adottato per motivi pastorali: stabilità, universalità, precisione dottrinale, non per una qualità mistica intrinseca.
Inoltre, la prima lingua liturgica della Chiesa non era il latino. Storicamente, la liturgia romana era in greco nei primi secoli; il passaggio al latino avvenne per permettere al popolo di capire, perché il latino era la lingua comune dell’Impero. Il latino nasce quindi come lingua pastorale, non come lingua sacra. Lo stesso criterio pastorale ha guidato il passaggio alle lingue volgari: il Concilio Vaticano II ha applicato la stessa logica dei Padri, usando la lingua comprensibile al popolo e favorendo la partecipazione consapevole. Il passaggio dal latino alle lingue volgari non è una rottura, ma la continuazione della prassi antica. Il Novus Ordo, peraltro, prevede il latino: Sacrosanctum Concilium 54 e l’IGMR stabiliscono che i fedeli conoscano almeno il Pater noster, il Sanctus e il Gloria in latino. Il latino rimane lingua liturgica della Chiesa, ma non è imposto come unica né come “più sacra”. Il mistero non dipende dalla lingua: il mistero è Cristo presente nell’Eucaristia. La lingua è un veicolo, non la fonte del sacro. Ridurre il sacro a un codice linguistico significa scivolare in un ritualismo estetico, non nella teologia cattolica.
Infine, il sig. Pompei sostiene che la Messa antica favorirebbe la partecipazione interiore, mentre la Messa nuova sarebbe “attivistica”. Ma la actuosa participatio non nasce con il Concilio Vaticano II. La narrazione tradizionalista secondo cui la partecipazione attiva sarebbe una “novità modernista” è storicamente falsa. Il concetto nasce con san Pio X (1903), che introduce il termine, e viene teologicamente sviluppato da Pio XII. Il Vaticano II non inventa nulla: recepisce e sviluppa ciò che Pio XII aveva già definito. Nella Mediator Dei (1947), Pio XII insegna che la partecipazione attiva è prima di tutto interiore, unione della mente e del cuore al sacrificio di Cristo, non attivismo né moltiplicazione di ruoli. Egli distingue chiaramente tra partecipazione interiore (necessaria) e partecipazione esteriore (utile ma secondaria) e, nella stessa enciclica, mette in guardia sia dal ritualismo passivo sia dall’attivismo liturgico. La vera partecipazione è actuosa, non semplicemente activa: activa significa “fare cose”, actuosa significa essere interiormente coinvolti nel mistero. Sacrosanctum Concilium 14 riprende questa dottrina parlando di partecipazione interiore, esteriore, consapevole e fruttuosa: nessuna rottura, ma continuità piena.
Il silenzio, inoltre, non è monopolio del Vetus Ordo: il Novus Ordo prevede momenti di silenzio dopo le letture, dopo l’omelia, dopo la comunione e durante l’atto penitenziale. Se questi spazi non vengono rispettati, il problema è pastorale, non del rito. D’altra parte, il Vetus Ordo non garantisce automaticamente la partecipazione interiore: storicamente molti fedeli pregavano il rosario, leggevano libretti devozionali e non seguivano il canone. La partecipazione interiore dipende dalla formazione, non dal solo rito.
Per tutte queste ragioni, prendiamo le distanze da quanto affermato dal sig. Pompei nel video proposto dal blog Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo verità: si tratta di un discorso pieno di banalità e affermazioni infondate, che non reggono al confronto con la storia, con i testi liturgici e con il magistero della Chiesa.
Commenti
Condividete davvero contenuti come l’ultimo thread pubblicato sul vostro blog?
Vi rendete conto di ciò che afferma Leonardo Pompei, un sacerdote sospeso a divinis?
Siete d’accordo con le sue posizioni e con la scelta di ByTripudol di offrirgli così tanta visibilità?
Vorrei capire: voi, cari partecipanti del blog Osservatorio, vi ponete contro il Cammino Neocatecumenale o contro la Chiesa Cattolica?
Attendo una vostra risposta.