Perchè abolirei il Messale di Pio V per il bene della Chiesa
Il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano II rappresentano due momenti decisivi della storia della Chiesa, nati in epoche profondamente diverse e portatori di due modi differenti di comprendere la missione ecclesiale. Trento nasce nel pieno della crisi della Riforma protestante: la Chiesa si trova sotto attacco dottrinale, disciplinare e istituzionale, e il concilio risponde con un’opera di chiarificazione e riforma interna. La sua visione della Chiesa è fortemente strutturata: una società gerarchica ben definita, custode della verità contro gli errori, garante dei sacramenti e dell’unità della fede. Il linguaggio è giuridico, preciso, normativo. Trento difende, delimita, corregge, riforma. È un concilio che ricostruisce l’ordine ecclesiale in un tempo di frattura.
Il Vaticano II, invece, nasce in un clima completamente diverso. Non c’è una crisi dottrinale da arginare, e proprio per questo l’annuncio di Giovanni XXIII sorprende: la Chiesa non convoca il concilio per rispondere a un attacco, ma per aprire un dialogo. Il suo sguardo è rivolto al mondo contemporaneo, non come minaccia ma come interlocutore. La Chiesa viene descritta come Popolo di Dio in cammino, prima ancora che come struttura gerarchica; la collegialità episcopale viene valorizzata; la Parola di Dio assume un ruolo centrale nella vita ecclesiale; la liturgia diventa partecipazione viva e non semplice assistenza. Il linguaggio cambia radicalmente: non più definizioni e condanne, ma inviti, esortazioni, dialogo. È un concilio che non difende una posizione, ma propone un cammino.
Queste differenze di contesto e di impostazione aiutano a comprendere anche perché il Messale di Pio V, nato come applicazione liturgica della visione tridentina, risulti oggi difficilmente conciliabile con la visione di Chiesa proposta dal Vaticano II. Il messale del 1570 è costruito su un modello ecclesiale fortemente gerarchico, in cui il sacerdote celebra rivolto a Dio a nome del popolo, mentre l’assemblea assiste in silenzio. La liturgia è pensata come azione sacra compiuta dal ministro ordinato, con il popolo presente ma non realmente coinvolto. La lingua è il latino, non come scelta culturale, ma come garanzia di uniformità e di distanza dal linguaggio comune. La partecipazione dei fedeli è minima, spesso ridotta alla devozione personale parallela alla Messa.
Il Vaticano II, invece, propone una visione della Chiesa come Popolo di Dio in cui tutti, in virtù del battesimo, partecipano realmente all’azione liturgica. La liturgia non è più qualcosa che si “assiste”, ma qualcosa che si “fa insieme”. Per questo la riforma liturgica voluta dal concilio non è un semplice aggiornamento estetico, ma la traduzione rituale di una diversa ecclesiologia: la centralità della Parola proclamata e ascoltata da tutti, la partecipazione attiva e consapevole, la comprensibilità dei testi, la valorizzazione dei ministeri, la dimensione comunitaria dell’assemblea. Il messale riformato non nasce per “sostituire” quello di Pio V, ma per esprimere una visione della Chiesa che quel messale, per la sua struttura e il suo linguaggio rituale, non era in grado di rappresentare.
Non si tratta di un giudizio di valore, ma di coerenza interna: il messale tridentino è perfettamente adeguato alla Chiesa come Trento la concepiva, così come il messale del Vaticano II è adeguato alla Chiesa come il concilio la descrive. Due modelli diversi generano due forme rituali diverse. Per questo i due messali non sono semplicemente due “gusti liturgici”, ma l’espressione di due visioni ecclesiologiche non sovrapponibili.
La Chiesa del Vaticano II non può esprimersi pienamente attraverso un rito costruito per una Chiesa che si pensava e si organizzava in modo differente. La continuità della fede rimane, ma cambia la postura, il linguaggio, il modo di vivere la liturgia e la missione.
Per questo credo sia arrivato il momento di accantonare definitivamente il Messale di Pio V, considerandolo ormai non più attuale. Sicuramente creerebbe dei contrasti, ma anche la convivenza con il Messale di Paolo VI è fonte di tensioni. La guerra liturgica all’interno della Chiesa deve finire.

Commenti
"Alcune chiose a beneficio dei non addetti ai lavori:
- sebbene i documenti della Santa Sede prevedano che il sacerdote non possa mai rifiutarsi di amministrare la Comunione ad una persona solo perché è inginocchiata o intende riceverla alla bocca, molti sacerdoti fanno scenate, o come minimo ti guardano in cagnesco. Infatti il frutto principale del "Concilio dei Tuttavia" è che i suoi credenti sono convinti di essere più conciliari di tutti gli altri, e pertanto - come testimoniato nell'episodio di cui sopra è fornito il link - non hanno alcun ritegno ad essere arroganti, ipocriti, tracotanti, persino quando è coinvolto il Santissimo Sacramento; (cfr. anche i "catechisti" neocatecumenali capaci di mentire ipocritamente anche davanti al Santissimo Sacramento)".
Risposta
È vero che i documenti della Chiesa permettono la Comunione in ginocchio, ma il punto non è se sia consentita o meno, bensì se sia opportuna. Una cosa può essere permessa ma non necessariamente appropriata. Nel Messale di Paolo VI la Comunione si riceve processionalmente, quindi il modo più opportuno è farlo restando in piedi, per lasciare subito posto a chi viene dopo. Inoltre, la Comunione è un gesto comunitario, come dice la parola stessa, non un gesto privato, mentre inginocchiarsi è segno di devozione personale. La Messa non è un atto di devozione privata, ma comunitaria, ed è per questo che molti sacerdoti non vedono di buon occhio questa pratica. E poi, perché comunicarsi in ginocchio? Si è forse più devoti o più rispettosi verso il Signore? La storia della Chiesa smentisce questa idea: i primi cristiani non si inginocchiavano mai durante la Messa, e anzi il canone 20 del Concilio di Nicea lo proibisce espressamente.
Continua
-"li chiamiamo ironicamente "credenti nel Concilio" poiché se fossero semplicemente dei cattolici entusiasti del Vaticano II non troverebbero alcun problema a valorizzare ciò che c'è stato prima del Concilio (invece: denigrano, detestano, impediscono, sabotano, proibiscono), e non degraderebbero i sacramenti (né lo stesso Santissimo Sacramento) pur di "affermare" qualcosa; i "credenti nel Concilio" appartengono di fatto ad un'altra religione, diversa dalla fede cattolica, persino quando si autoproclamassero fedelissimi di padre Pio, l'ultimo grande santo "preconciliare"; (il bello è che in tanti "gruppi di preghiera di padre Pio", a furia di riscoprire a poco a poco la figura del santo, tanti membri diventano a poco a poco preconciliari)".
Risposta
ByTripudio in queste frasi ha descritto se stesso e chi la pensa come lui. È lui a appartenere a un’altra religione tradiprotestante. La comunione in piedi non è una novità del Concilio Vaticano II, ma è stata la prassi normale per millenni: nel primo millennio cristiano ci si comunicava solo in piedi. La comunione in ginocchio è tardiva, di epoca rinascimentale, e risale al Concilio di Trento, quindi è una pratica moderna, non antica; infatti gli inginocchiatoi sono un’invenzione recente, inesistente in antichità. ByTripudio è un sostenitore dell’anticoncilio, un’ideologia che attribuisce tutti i mali al Concilio Vaticano II, ma in realtà questa è una lettura dei fatti che rivela grande ignoranza e malafede, distorcendo la realtà. Dietro questi discorsi c’è la pretesa che comunicarsi in ginocchio sia una pratica superiore o migliore, ma ciò è frutto di ignoranza.
"- tipicamente, nell'ambito dei "credenti nel Concilio" ognuno costruisce il proprio vitello d'oro (per esempio i fratelli delle comunità neocatecumenali hanno come vitello d'oro il tripode Kiko-Carmen-Cammino, per cui sono disposti a calpestare la fede e i sacramenti - cfr. il cosplay della foto in cima a questa pagina - pur di onorare il vitellone-idolo in questione); dal momento che il "Concilio" val più di tutto ciò che c'era stato di cattolico in precedenza, è inevitabile costruirsi idoli per adorarli ("il Concilio ci ha salvati dal Faraone d'Egitto!");
Risposta
Quello che ByTripudio critica negli altri è in realtà il primo a farlo lui stesso: il suo “vitello d’oro” è il tridentinismo, che non rappresenta la vera Tradizione viva della Chiesa, ma una versione edulcorata e caricaturale, fatta di gesti pseudo-devozionali, di una fede intimistica e individuale, e di una visione nostalgica di un passato che in realtà non è mai esistito. È il ricordo idealizzato di una Chiesa perfetta che non c’è mai stata. Questo è il vitello d’oro di ByTripudio: un cristianesimo che esiste solo nella sua fantasia. Eppure, ipocritamente, accusa gli altri di idolatrare cose umane.
"dunque è un'amara ma ben fondata constatazione il riconoscere che il Cammino viene dal demonio in quanto solo al demonio può convenire che dei cristiani siano sommamente ignoranti delle verità di fede, che confondano la spiritualità con la caciara (Kiko e Carmen dicevano che le liturgie neocatecumenali devono portare i fratelli «dalla tristezza all'allegria»... come le comiche di Stanlio e Ollio e lo scudetto all'Inter), solo al demonio conviene che gli spazi sacri vengano ignorati, che la liturgia diventi un fiume di parole e di idolatria (solo i canti di Kiko, solo le "icone" di Kiko, solo i drappi e le suppellettili sacre designed by Kiko...), solo al demonio conviene che i fratelli del Cammino si fingano cattoliconi ("tanti figli!", sì, mollati ai nonni e ai didascali e alle babysitter; "andiamo tutte le settimane alla celebrazione!", sì, solo quella di Kiko; "facciamo le Lodi a Kiko la domenica mattina!", sì, in modo da non andare in parrocchia; "paghiamo la Decima!", sì, esclusivamente agli scagnozzi di Kiko...) e contestualmente si proclamino "figli del demonio" (alla cosiddetta "tappa del Padre Nostro") e si considerino superiori agli altri cattolici ("il Cammino non è per tutti!", sottinteso che chi è dentro è migliore di chi ne è fuori e ancor più di chi ne è uscito), solo al demonio conviene che le guide spirituali e materiali siano degli ignoranti arroganti laici (i cosiddetti "catechisti" del Cammino, per non parlare di tutto il resto della gerarchia di "itineranti", "responsabili", ecc.) che prendono decisioni sulle vite degli altri «scarnificando le coscienze con domande che nessun confessore farebbe».
Risposta
Gli chiediamo: constatazione da parte di chi? Non certo della Chiesa Cattolica né degli ultimi quattro Papi. Dove sarebbe la constatazione, quando i fatti e la realtà lo smentiscono completamente? Il Cammino Neocatecumenale è stato ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa Cattolica come itinerario di formazione cattolica, con decine di seminari e numerose vocazioni alla vita religiosa e al sacerdozio. Un’attività missionaria viva, quindi di quale constatazione parla? Delle sue fantasie malate, di una realtà che esiste solo nella sua mente. L’affermazione più assurda è dire che il Cammino Neocatecumenale viene dal demonio; allora, per lo stesso ragionamento, anche la Chiesa Cattolica verrebbe dal demonio, dato che lo ha riconosciuto come frutto dello Spirito Santo. In realtà ByTripudio sta parlando di sé stesso: è lui che viene dal demonio, perché bugiardo, millantatore, falsificatore e mistificatore; quindi ha descritto sé stesso.
"Per quanto riguarda il Neocatecumenalesimo, basta iniziare ponendosi una semplice e basilare domanda:
Chi erano Kiko e Carmen prima di iniziare il loro sodalizio?
Nessuno!
Nessuno li aveva mai sentiti nominare e nessuno, soprattutto, aveva mai parlato di loro.
Non frequentavano la parrocchia.
Si sono dovuti presentare inventando storie epiche che non tornano nemmeno appiccicandole con la colla, perché NESSUNO aveva mai parlato di loro e NESSUNO li conosceva.
Normalmente, quando si fonda qualcosa, è perché si ha una vasta e comprovata vita vissuta nell'ambiente.
Ma questi due, NULLA.
Sono comparsi dal buio come il Gatto e la Volpe di Pinocchio e subito sono venuti alla conquista del Vaticano, esattamente un anno dopo aver iniziato a infiltrarsi nelle sei o sette parrocchie spagnole dell'epoca.
Anche a voler essere benpensanti, ciò è molto strano.
Direi inaccettabile.
Seconda domanda: quando arrivarono a Roma, quanta esperienza avevano con le parrocchie?
Risposta: solo 1 misero anno.
E direi di più: di quelle sei o sette parrocchie spagnole la maggioranza chiuse ben presto l'esperienza.
Continua ./.".
Risposta
Ora sì che è tutto chiaro.
Secondo questo signore, per iniziare il Cammino Neocatecumenale Kiko e Carmen avrebbero dovuto soddisfare dei requisiti… stabiliti da lui. Poiché “non erano nessuno”, si domanda implicitamente chi avrebbero dovuto essere per poter iniziare un’opera ecclesiale. Eppure la storia della Chiesa mostra che Dio si serve di chi vuole, non necessariamente di persone “selezionate” o particolarmente titolate. Inoltre, gli ricordo che Carmen era laureata in teologia, quindi non era affatto “a digiuno” di formazione teologica. Ma il punto centrale è un altro: non è decisivo chi fossero Kiko e Carmen, perché Dio sa scrivere dritto anche sulle righe storte. Sono stati strumenti nelle mani di Dio; discutere se fossero “qualificati” secondo criteri personali è irrilevante. Per questo il ragionamento dell’anonimo non ha alcuna consistenza: parte da presupposti arbitrari e arriva a conclusioni che non tengono né teologicamente né logicamente. Queste sono le idiozie che si scrivono sul blog "Osservatorio".
"Anonimo2 gennaio 2026 alle ore 20:28
Quindi la vera storia potrebbe essere raccontata così:
I fondatori della CHIESA NEOCATECUMENALE si incontrarono nel 1964 ma conclusero il loro sodalizio nel 1965 (cioè solo dopo che il vescovo Morcillo andò alle baracche non certo per salvarle dalla distruzione, ma per supervisionare ciò che succedeva dopo che il Vicario, al suo ritorno dall'Italia, gli raccontò che li considerava da scomunicare).
Morcillo andò alle baracche alla fine di agosto 1965 e subito dopo un anno e pochi mesi (dal settembre 1965 al gennaio 1967) i due sperimentatori lasciarono definitivamente le baracche per le parrocchie.
Dopo circa un anno e mezzo, avendo all'attivo solo sei o sette parrocchie ancora da sperimentare e rodare IN TUTTA LA SPAGNA, vennero alla conquista del Vaticano e, una volta liberatisi dell'accompagnatore don Dino Torreggiani, da qualcuno potente furono loro spalancate le porte per invadere la Chiesa Cattolica Romana.
Forti dell'impunità loro garantita da chi li stava inviando a minare la Chiesa Cattolica per tentare di sostituirla con la Chiesa Neocatecumenale, allargarono le loro mire espansionistiche inviando a predicare fin da subito gente qualsiasi, per niente formata e per niente ispirata, ma solo volontaria o votata a maggioranza da gente non formata e non ispirata. Li lasciarono fare.
Pian piano svelarono che il loro piano "formativo" neocatecumenale non durava 3 anni (come credeva Morcillo) e nemmeno 7 (come credeva Giovanni Paolo II), ma era per tutta la vita.
Sotterfugi, inganni e mistificazioni non sono mai mancati.
Continua ./."
Risposta
Altra ricostruzione quantomeno fantasiosa, che non si capisce bene dove voglia arrivare?Cosa vuole dimostrare questo anonimo?Racconta fatti, come è abitudine del blog "Osservatorio" non dimostrati nè dimostrabili che solo loro conoscono e non spiegano come.Il solito complottismo che non manca mai nei commenti del blog osservatorio.In sostanza questo commento si può liquidare con il seguente giudizio è una idiozia.
"Io ripeto che grazie a questo blog e ad un paio di pagine FB ho realizzato la GRANDE BUGIA MALEFICA (QUALE BUGIA?)del cammino neocatecumenale.
Dopo aver lasciato alle spalle tutte quelle ostinate regole fatte in casa, una liturgia opprimente e catechisti narcisisti...(MI CHIEDO PERCHE' COSTEI ERA ENTRATA NEL CN?MENOMALE CHE E' ANDATA VIA) ho sperimentato il vuoto totale(LO DICIAMO DA ANNI CHE LE PARROCCHIE OFFRONO POCO O NULLA). Ma nella solitudine e nella croce, il Signore mi ha incontrata e salvata e La Vergine Maria mi ha richiamata a se' come mai prima(DEO GRATIAS). La messa Novus Ordo è andata bene per un po(ALLORA NON ERA SOLO IL CN NON LE PIACEVA NEMMENO LA MESSA NO)'. Ma quando il Signore dà, lo fa per bene e come dice il salmo 23, l'abbondanza trabocca.
Mi sono sentita a casa nei canti gregoriani , l'incenso e la messa in latino,la messa di sempre, la messa che San Padre Pio ha difeso e celebrato fino all'ultimo istante della sua vita".
Commento aggiuntivo
A parte che la Messa di Pio V non è la messa di sempre, ma una messa rinascimentale, inoltre padre Pio non ha mai “difeso” la Messa di Pio V . Anzi, scrisse personalmente a Paolo VI per esprimere il suo pieno sostegno sia al Concilio Vaticano II sia alla riforma liturgica. Fu il suo ordine religioso a chiedere che potesse continuare a celebrare con il Messale di Pio V, non lui.
Inoltre, è evidente che l’ultima Messa celebrata da padre Pio nel 1968 avvenne coram populo, secondo le indicazioni della riforma liturgica. Se i superiori glielo avessero richiesto, avrebbe celebrato senza difficoltà anche in italiano e con il Messale di Paolo VI. Ancora una volta, si vede come la strumentalizzazione del Messale di Pio V generi solo confusione e problemi.
Aggiungo poi che padre Pio non si oppose mai alla riforma In una lettera del 1964, padre Pio scrisse a Paolo VI esprimendo pieno sostegno al Concilio Vaticano II e alla sua opera. Non risulta alcuna protesta o richiesta personale di mantenere il rito precedente. L’ultima Messa di padre Pio fu già secondo la riforma liturgica. Le attuali strumentalizzazioni del suo nome per sostenere polemiche liturgiche non hanno fondamento storico.
San Giovanni Rotondo, 12 settembre 1968
Santità,
Approfitto del vostro incontro con i padri capitolari per unirmi spiritualmente ai miei confratelli ed umiliare ai vostri piedi il mio affettuoso ossequio, tutta la mia devozione verso la vostra augusta persona, nell’atto di fede, amore ed obbedienza alla dignità di Colui che rappresentate sulla terra.
L’Ordine dei Cappuccini è stato sempre in prima linea nell’amore, fedeltà, obbedienza e devozione alla Sede Apostolica; prego il Signore che tale rimanga e continui nella sua tradizione di serietà e austerità religiosa, povertà evangelica, osservanza fedele della Regola e delle Costituzioni, pur rinnovandosi nella vitalità e nello spirito interiore, secondo le direttive del Concilio Vaticano II, per essere sempre più pronto ad accorrere nelle necessità della Madre Chiesa, al cenno della Santità Vostra.
So che il vostro cuore soffre molto in questi giorni per le sorti della Chiesa, per la pace del mondo, per le tante necessità dei popoli; soprattutto per la mancanza di obbedienza di alcuni, anche cattolici, alla vostra alta autorità apostolica, che rappresenta quella di Cristo.
Vi offro le mie preghiere e i miei quotidiani patimenti, uniti a quelli dei miei figli spirituali e dei Gruppi di Preghiera, per ottenere dal Signore che mitighi il vostro dolore e vi conforti nel sostenere, con la vostra consueta fermezza e bontà, la verità immutabile che non cambia con i tempi e che tutti dobbiamo accettare, se vogliamo salvarci.
Ringrazio la Santità Vostra per la parola chiara e decisa che avete detto nella recente enciclica Humanae vitae, e vi prego di continuare così, per la via diritta, senza temere di nulla.
Così si fa: avanti con coraggio!
Santità, vi benedico con tutto il cuore, insieme con i vostri collaboratori, con tutta la Chiesa, con il mondo intero.
Dev.mo figlio
Padre Pio, cappuccino
" Riscoprire il Concilio, come ha affermato Papa Francesco, ci aiuta a “ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati”. Lo ha detto il Papa, al termine della prima catechesi dell’anno, pronunciata in Aula Paolo VI e dedicata al Concilio attraverso i suoi documenti. “Quanto disse San Paolo VI ai Padri conciliari al termine dei lavori, rimane anche per noi, oggi, un criterio di orientamento”, ha dichiarato Leone XIV: “egli affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro”, pe rispondere all’”appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che la Chiesa di Cristo può e vuole dar loro”. “Anche per noi è così”, ha concluso il Papa: “Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone la profezia e l’attualità, accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”.
Alla luce di queste parole, cari tradizionalisti, il punto di riferimento rimane il Concilio Vaticano II. La Chiesa cattolica e i Papi che la guidano intendono attuarlo pienamente e non mostrano alcuna intenzione di tornare indietro. Anche sul piano liturgico la direzione è chiara: il Rito Romano è stato riformato ed è oggi l’unica espressione della *lex orandi* della Chiesa. Il Messale di Pio V appartiene al passato: è stato superato e riformato dalla Chiesa cattolica sotto la guida dello Spirito Santo. Per questo, siti come *Messainlatino*, *Chiesa e post Concilio* e simili dovranno prenderne atto: il rito di Pio V è destinato a rimanere una testimonianza storica, non il futuro della liturgia cattolica.
"Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – «aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa» – e ad attuarne con maggiore convinzione le riforme.
Dinanzi alla rovina e alle macerie di sessant’anni di “primavera conciliare”, ammetterne il fallimento richiederebbe un minimo di buona fede purtroppo assente nei fautori della rivoluzione conciliare, i quali usarono come grimaldello un “concilio” per introdurre i principi rivoluzionari nella Chiesa Cattolica, provocando così la sua demolizione dall’interno.
Da Roncalli in poi, la presa di distanza della chiesa conciliare rispetto alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana è proseguita inesorabile, giungendo con Bergoglio a teorizzare la “sinodalità” come ultimo sfregio rivoluzionario al Papato voluto da Nostro Signore.
Non stupisce che Leone, ultimo esponente della chiesa conciliare e sinodale, dichiari di voler «andare incontro all’umanità» proprio applicando l’unico “concilio” che invece di chiamare le pecore disperse nell’unico Ovile sotto l’unico Pastore come hanno fatto tutti i Sacrosanti Concili Ecumenici, ha invece aperto l’ovile, ne ha disperse le pecore e vi ha fatto entrare lupi e mercenari".
L’accusa secondo cui il Concilio sarebbe stato un “grimaldello rivoluzionario” è storicamente infondata. Il Vaticano II è stato convocato da Giovanni XXIII e portato avanti da Paolo VI, entrambi canonizzati, ed è stato recepito e difeso da tutti i Papi successivi, inclusi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che nessuno può accusare di modernismo. Proprio Benedetto XVI ha parlato del Concilio come di una “bussola sicura” e ha insistito sull’ermeneutica della continuità. Pensare che tutti i Papi dal 1962 a oggi abbiano promosso una demolizione della Chiesa significa negare l’assistenza dello Spirito Santo e l’indefettibilità della Chiesa stessa. Anche l’idea di una “Chiesa conciliare” contrapposta alla “Chiesa cattolica” è teologicamente errata. La Chiesa non può contraddire se stessa: un Concilio ecumenico, approvato dal Papa e dai vescovi in comunione con lui, appartiene al Magistero autentico. Sostenere che il Vaticano II abbia creato una “nuova Chiesa” significa introdurre una visione dualistica incompatibile con la fede cattolica e già condannata quando emerse in forme simili nel caso lefebvriano. La critica alla sinodalità come “sfregio al Papato” non tiene conto della tradizione. La sinodalità è radicata nella Scrittura (Atti 15), nella prassi dei primi secoli e nella dottrina del Vaticano II (Lumen Gentium). Non è un’alternativa al Papato, ma una sua integrazione: il Papa non è un monarca isolato, ma il principio di unità all’interno del collegio episcopale. Recuperare la dimensione sinodale non indebolisce il Papato, lo colloca semplicemente nel suo contesto ecclesiale originario. Infine, l’immagine del Concilio come causa della dispersione delle pecore e dell’ingresso dei lupi è retorica, non realtà. Il Concilio ha aperto la Chiesa al mondo non per mondanizzarsi, ma per evangelizzare; ha promosso la dignità umana, la libertà religiosa, la pace; ha favorito la missione in territori dove prima la presenza cattolica era minima. Se alcuni hanno abusato del Concilio per portare avanti agende personali, la responsabilità è loro, non del Concilio. Sarebbe come attribuire al Vangelo gli errori dei cristiani. In conclusione, la narrazione di Mons. Viganò presenta una visione distorta e teologicamente insostenibile: ignora i frutti reali del Concilio, contraddice il Magistero costante dei Papi e introduce una divisione artificiale tra una presunta “vera Chiesa” e una “Chiesa conciliare”. Il Vaticano II non è stato la rovina della Chiesa, ma un dono dello Spirito Santo per il nostro tempo; la sua applicazione può essere migliorata, ma la sua dottrina rimane pienamente in continuità con la Tradizione cattolica.
Speriamo che questo tipo di clero sparisca dalla Chiesa prima possibile.