ANCORA ERRORI E INSULSAGGINI DEL BLOG OSSERVATORIO SUL CAMMINO NEOCATECUMENALE SECONDO VERITA'
Tra il delirio dei commenti di ByTripudio & co., vale la pena soffermarsi su un intervento che condensa bene l’insieme di errori, fraintendimenti e ignoranza teologica che quel blog diffonde.
Si ripetono infatti alcune affermazioni sul Concilio Vaticano II che, a un esame serio, non reggono né storicamente né teologicamente. È utile chiarire con calma, usando le fonti della Chiesa.
ByTripudio sostiene che il Vaticano II, essendo “pastorale”, non sarebbe vincolante. Ma “pastorale” non significa “facoltativo”. Significa che il Concilio ha scelto un linguaggio orientato alla missione, non che abbia rinunciato alla sua autorità. Lumen Gentium 25 è chiarissimo: il magistero autentico richiede “religioso ossequio dell’intelletto e della volontà”.
Il Vaticano II non è un’opinione: è magistero.
Un altro errore è confondere Concilio e riforma liturgica. Il Concilio non ha vietato nulla: ha indicato principi. La riforma concreta è stata attuata da Paolo VI, che aveva piena autorità per farlo. Il Vaticano II non ha promulgato un nuovo Messale: ha dato criteri; il Papa ha legiferato.
Attribuire al Concilio ciò che è opera del Papa è un errore storico elementare.
Si ripete poi la storia degli “schemi preparatori cassati”, come se fosse uno scandalo. È normalissimo: è accaduto anche al Vaticano I e al Concilio di Trento. Gli schemi preparatori non sono magistero, ma bozze di lavoro. Un Concilio discute, modifica, riscrive: è esattamente ciò che deve fare.
La narrazione del “manipolo di rivoluzionari” che avrebbe guidato il Concilio è suggestiva, ma non ha alcun fondamento storico. Il Vaticano II fu convocato da Giovanni XXIII, portato avanti da Paolo VI e approvato da oltre 2.000 vescovi con percentuali di voto del 98–99%.
Se questo è un “manipolo”, allora la matematica è un’opinione.
Dire che il Concilio “arrivò nel momento sbagliato” non è un argomento, è un’impressione personale. La Chiesa non convoca i Concili in base all’umore del mondo, ma al discernimento dei pastori. La storia ecclesiale è piena di Concili celebrati in tempi difficili.
Si afferma poi che il Concilio sarebbe “contraddetto dai suoi fautori”. Ma che alcuni non applichino il Concilio non significa che il Concilio sia sbagliato: significa che alcuni non lo seguono. È come dire che il Vangelo è sbagliato perché alcuni cristiani non lo vivono.
Quanto agli abusi postconciliari, è vero che molti non hanno nulla a che vedere con il Concilio. Ma questo non è un argomento contro il Concilio: è un argomento contro gli abusi.
E qui è necessario chiarire un punto che viene spesso manipolato: la comunione sulla mano.
Come andò davvero la comunione sulla mano
La comunione sulla mano non è un’invenzione modernista.
È attestata nei primi secoli della Chiesa, come testimoniano:
- san Cirillo di Gerusalemme (IV secolo), che descrive il fedele che forma “un trono” con le mani per ricevere il Corpo del Signore;
- Tertulliano, Origene e altri Padri che parlano della comunione ricevuta nelle mani.
Questa prassi rimase in uso per secoli.
La comunione esclusivamente sulla lingua fu introdotta molto più tardi, per motivi disciplinari e di riverenza, non perché la comunione sulla mano fosse “irriverente”.
Nel XX secolo, alcuni Paesi europei iniziarono a reintrodurre la comunione sulla mano senza autorizzazione. Paolo VI, per evitare disuniformità e abusi, chiese alle conferenze episcopali di votare.
Dove la maggioranza qualificata votò a favore, la Santa Sede concesse l’indulto.
Dove non votò a favore, la prassi rimase quella tradizionale.
Dunque:
- non è stato il Concilio a introdurla;
- non è una novità modernista;
- non è teologicamente problematica;
- è una prassi antichissima, regolata dalla Chiesa.
Quanto alle chierichette, non esiste alcun problema teologico: il servizio all’altare non è un ordine sacro e può essere svolto da chiunque.
ByTripudio afferma poi che “bisognerebbe obbedire ai venti concili precedenti”.
Benissimo: nessun problema. Il Vaticano II non contraddice i concili precedenti, li cita e li integra.
Chi contrappone i Concili tra loro sta facendo teologia da bar, non ecclesiologia.
Infine, la questione della Quo Primum.
La bolla di san Pio V non è un dogma, ma una legge liturgica. E come tutte le leggi liturgiche può essere modificata da un Papa successivo.
Se fosse irreformabile, allora Pio X non avrebbe potuto riformare il breviario, Pio XII la Settimana Santa, Giovanni XXIII il Messale del 1962.
La formula finale (“incorrerà nell’indignazione di Dio…”) è una clausola retorica tipica dei documenti dell’epoca, non un anatema dogmatico.
Ripetere il contrario è una delle tante sciocchezze del tradizionalismo ideologico.
Il problema non è il Concilio, ma l’uso ideologico del Concilio — sia da parte di chi lo rifiuta, sia da parte di chi lo strumentalizza.
Il Vaticano II non è un “superdogma”, ma neppure un optional: è un Concilio ecumenico della Chiesa cattolica, e come tale merita studio serio, rispetto e applicazione fedele.
E, a margine, è difficile non notare che contenuti e linguaggio di certi commenti ricordano molto quelli di Leonardo Maria Pompei, recentemente sospeso a divinis. Sarà un caso?
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| immagine che rappresenta la comunione sulla mano nell’antichità, ispirata alle catechesi di san Cirillo di Gerusalemme |

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