Tradizionalismo ideologico e sinodalità: una riflessione cattolica
Esiste una forma di tradizionalismo che non nasce dalla fede, ma da un’ideologia. Un atteggiamento che riduce la Tradizione cattolica a un feticcio statico, separato dalla Scrittura e dal Magistero, come se fosse l’unico criterio di verità.
Si tratta di un errore metodologico grave, speculare a quello di Martin Lutero, il quale proclamava la Sola Scriptura come unica fonte autentica della Rivelazione, escludendo la Tradizione e il Magistero. I tradizionalisti ideologici compiono l’errore opposto: rigettano il Magistero vivente e la sinodalità, riconoscendo solo una Tradizione interpretata in modo parziale e selettivo.
Alcuni accettano il Magistero solo fino al Concilio Vaticano II, ritenendo tutto ciò che è venuto dopo come modernista, falso o persino eretico. Ma questa posizione è teologicamente insostenibile: equivale a negare la continuità del Magistero, che è assistito dallo Spirito Santo e non può contraddirsi nella sua essenza.
Come afferma il Concilio Vaticano II:
“La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa” (Dei Verbum, n. 10),
e questo deposito è interpretato autenticamente dal Magistero, che “non è superiore alla parola di Dio, ma la serve”.
La Tradizione non è un archivio di norme immutabili, ma il cammino della Chiesa nel tempo, illuminato dallo Spirito. San Vincenzo di Lérins, nel V secolo, lo esprime con chiarezza:
“La vera Tradizione è ciò che è stato creduto dappertutto, sempre, da tutti” (Commonitorium, 2),
non ciò che è stato cristallizzato da pochi, in un’epoca determinata, secondo una lettura ideologica.
Molti tradizionalisti rimpiangono una Chiesa clericale e rigida, dove i laici erano semplici destinatari passivi, chiamati solo a obbedire. Una visione piramidale e autoritaria che ignora la dignità battesimale di ogni fedele e la corresponsabilità ecclesiale. Il Concilio Vaticano II ha restituito ai laici il loro ruolo attivo:
“I laici, in virtù del Battesimo e della Confermazione, sono chiamati a partecipare alla missione evangelizzatrice della Chiesa” (Apostolicam Actuositatem, n. 2).
In questo orizzonte, la sinodalità non è una novità modernista, ma una forma antica e autentica della vita ecclesiale. Il Concilio di Gerusalemme (Atti 15) ne è il primo esempio: gli apostoli si riuniscono, ascoltano, discernono e decidono insieme sotto l’azione dello Spirito.
Papa Francesco lo ha ribadito con forza:
“La sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa. Non è un’opzione, ma un’esigenza della sua natura”
(Discorso per il 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi, 2015).
Eppure, siti filo-tradizionalisti come Messainlatino oppongono sistematicamente sinodalità e Tradizione, come se fossero poli inconciliabili. Ma questa contrapposizione è falsa: la sinodalità è parte integrante della Tradizione viva. Lo afferma il Documento preparatorio del Sinodo sulla sinodalità (2021):
“La sinodalità esprime la natura della Chiesa come Popolo di Dio che cammina insieme”.
Questi stessi ambienti sostengono che “i giovani vanno verso la Tradizione”. Ma cosa significa davvero? Cercano il latino, i paramenti, il silenzio? O piuttosto autenticità, profondità, bellezza? La Tradizione non è un’estetica liturgica né una nostalgia rituale, ma una trasmissione viva della fede, che non coincide con gli usi preconciliari.
Molti pensano che tornare alla Messa tridentina significhi essere più autenticamente cattolici, più puri, più liberi dal modernismo. Ma è un’illusione. Questi riti, per quanto venerabili, sono spesso estranei al sentire delle nuove generazioni, immerse in un contesto culturale e spirituale radicalmente diverso.
Penso, con rispetto, all’ex sacerdote Leonardo Pompei, che indossava un cappello a tre punte — simbolo di un certo vecchiume ecclesiastico — che non appartiene alla Tradizione viva, ma a un folklore clericale ormai superato. Le forme esteriori, se non accompagnate da contenuti spirituali autentici, rischiano di rendere ridicola la testimonianza cristiana, anziché rafforzarla.
Rifiutare la sinodalità significa rifiutare la Chiesa come corpo vivo, come comunità in ascolto, come luogo di discernimento. Significa preferire una Chiesa chiusa, autoreferenziale, incapace di leggere i segni dei tempi. Ma la Tradizione autentica non è contro la sinodalità: la include, la sostiene, la illumina.
Joseph Ratzinger lo scrive con lucidità:
“La vera fedeltà alla Tradizione consiste nel mantenere viva la sua forza interiore, non nel ripetere meccanicamente le sue forme esteriori”
(Rapporto sulla fede, 1985).
La Chiesa non è un museo, ma una casa viva.
La Tradizione non è una prigione, ma una sorgente.
La sinodalità non è una minaccia, ma una grazia.
Chi ama davvero la Tradizione, ama anche la Chiesa che cammina.
Chi difende la fede cattolica, ne difende la pienezza: Scrittura, Tradizione, Magistero.
E riconosce che lo Spirito soffia dove vuole — anche nei sinodi, anche nel discernimento comunitario.

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