La verità sulla Comunione in mano: errori e distorsioni dell’articolo di Gnerre

Tra gli argomenti preferiti di molti blog tradizionalisti c’è l’attacco alla comunione sul palmo della mano. Il blog di Corrado Gnerre è tra questi e ha recentemente pubblicato un articolo che non condividiamo, perché contiene errori teologici, affermazioni non documentate e ricostruzioni storiche infondate. L'articolo si può leggere al seguente link: Perché non si deve prendere la Comunione in mano? - Il Cammino dei Tre Sentieri . L’articolo cita in modo improprio il n. 61 dell’enciclica Ecclesia de Eucharistia, dimenticando che quel passo non parla affatto della modalità di ricezione della Comunione, ma della cura dovuta al mistero eucaristico nel suo insieme.

Gnerre sostiene che Gesù avrebbe potuto dare il pane consacrato direttamente in bocca agli Apostoli. Si tratta di una semplice ipotesi, priva di qualsiasi fondamento storico e non supportata da alcuna fonte. Non a caso l’autore non cita documenti, perché non ne esistono. È un’idea nata in ambienti tradizionalisti moderni, non nella tradizione della Chiesa. Ancora più debole è l’affermazione secondo cui gli Apostoli, all’Ultima Cena, sarebbero già stati sacerdoti o addirittura vescovi. Nessun documento della Chiesa, nessun Padre, nessun teologo classico ha mai sostenuto questa tesi. È una costruzione recente, elaborata per difendere a priori la comunione in bocca.

Se fosse vero che solo i sacerdoti possono toccare l’Eucaristia, la storia della Chiesa diventerebbe assurda. Per otto secoli la Chiesa avrebbe tollerato un abuso universale; i Padri avrebbero sbagliato tutti; i martiri che portavano l’Eucaristia a casa sarebbero stati irriverenti; i concili antichi avrebbero ignorato un problema enorme. Ma la storia dice l’opposto. Cipriano, Tertulliano, Basilio, Cirillo di Gerusalemme e molti altri descrivono la comunione in mano come prassi normale. Nessuno afferma che fosse riservata ai sacerdoti. Nessuno parla di “mani consacrate”. Le fonti patristiche sono unanimi: la comunione in mano è la prassi ordinaria dei primi secoli.

Gnerre afferma poi che non tutto ciò che è antico è automaticamente migliore, e che non tutto ciò che è recente è automaticamente superiore. È vero. La Chiesa non ragiona né in senso archeologista né in senso progressista. Tuttavia, dopo aver affermato questo principio, l’autore lo contraddice sostenendo che la comunione in bocca sarebbe migliore proprio perché successiva. Se né l’antico né il recente sono criteri di valore, allora non si può sostenere che la prassi medievale della comunione in bocca sia superiore alla prassi apostolica della comunione in mano. La premessa di Gnerre annulla la sua conclusione.

L’autore introduce poi un falso parallelismo tra digiuno eucaristico e modalità di ricezione della Comunione. Sostiene che, se si vuole recuperare la comunione in mano perché antica, allora si dovrebbero recuperare anche le severe penitenze dei primi secoli. È un errore logico evidente. Il digiuno è una disciplina penitenziale; la comunione in mano è una forma rituale. Sono piani completamente diversi. La Chiesa può modificare le discipline penitenziali, può sviluppare le forme rituali, ma non può cambiare la sostanza dei sacramenti. Confondere questi livelli significa ignorare la distinzione che la Chiesa ha sempre mantenuto tra ciò che è essenziale e ciò che è disciplinare.

Gnerre afferma inoltre che la comunione in mano sarebbe stata una pratica eccezionale, tollerata solo in tempi di persecuzione. Anche questa è una ricostruzione priva di fondamento. Le fonti patristiche mostrano chiaramente che la comunione in mano era la prassi normale, mentre le eccezioni riguardavano l’autocomunione, non il semplice toccare l’Eucaristia. La comunione in bocca è una disciplina medievale, non apostolica. La ricostruzione proposta da Gnerre non è storica, ma apologetica.

Il Concilio di Trento viene citato fuori contesto. Trento non si occupa della comunione sulla mano, ma della distribuzione della Comunione da parte del sacerdote ai fedeli. Non parla della postura né della modalità di ricezione. Usarlo per negare la comunione in mano significa attribuire al Concilio ciò che non ha mai detto.

Infine, Gnerre cita don Giuseppe Pace, autore degli anni Cinquanta, quindi precedente alle grandi scoperte liturgiche e patristiche del XX secolo. Pace confonde il toccare l’Eucaristia, normale nei primi secoli, con l’autocomunione, che era eccezionale. La comunione sulla mano non è mai stata condannata dalla Chiesa. La sua reintroduzione non è un capriccio moderno, ma un recupero di una prassi antica, teologicamente fondata e perfettamente legittima.

In conclusione, l’articolo di Gnerre presenta una serie di distorsioni e ricostruzioni arbitrarie che non reggono né dal punto di vista storico né da quello teologico. La comunione sulla mano non solo è pienamente legittima, ma rappresenta anche un gesto di profonda vicinanza al Signore, recuperato dopo secoli in cui la Comunione era rara e spesso temuta più che amata.

Pensiamo che uno studioso dovrebbe usare un metodo più rigoroso.




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