Il vero scandalo? Non la vescova anglicana, ma l’ignoranza teologica dei suoi critici
La visita a Roma dell’arcivescova anglicana Sarah Mullally ha avuto un effetto prevedibile: ha fatto saltare i nervi ai soliti ambienti che vivono l’ecumenismo come un attentato personale. Appena hanno visto una donna in abito corale accanto al Papa, hanno iniziato a gridare “sacrilegio!” come se fossero guardiani del tempio, quando in realtà non riescono nemmeno a leggere il Magistero che dicono di difendere. Mullally non è venuta a Roma per provocare nessuno: ha compiuto una visita ufficiale, perfettamente in linea con sessant’anni di dialogo ecumenico. Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco: tutti hanno incontrato leader anglicani, pregato con loro, lavorato per l’unità. Ma per alcuni questo non conta: se non coincide con la loro bolla ideologica, allora è “scandalo”.
Le reazioni più isteriche sono arrivate dai lefebvriani, che hanno definito le immagini “abominevoli e grottesche”. Curioso: chi vive fuori dalla comunione ecclesiale da decenni pretende di dare lezioni di ortodossia. E non sono stati gli unici: vari gruppi tradizionalisti hanno seguito lo stesso copione, quello che conosciamo a memoria. Ogni gesto di apertura diventa un tradimento, ogni incontro un cedimento, ogni preghiera un attentato alla “vera fede”. È una teologia costruita sulla paura, non sul Vangelo.
E infatti la domanda è semplice: cosa ci sarebbe di sacrilego? Nulla. La Chiesa cattolica non riconosce l’ordinazione anglicana, e questo non è cambiato. Ma riconosce la validità del battesimo, la fede in Cristo, la comunanza di molte verità fondamentali. Pregare insieme non significa confondere i ministeri, significa obbedire a Cristo che ha pregato “che siano una cosa sola”. Se questo disturba qualcuno, il problema non è l’ecumenismo: è la loro fede ridotta a identitarismo.Lo scandalo più grande è che i cristiani siano divisi tra loro.
Il paradosso è evidente: molti di quelli che accusano il Papa di relativismo sono gli stessi che non riconoscono il Concilio Vaticano II, che contestano l’autorità del Papa, che vivono in una logica settaria. Eppure pretendono di essere i custodi della Tradizione. La visita di Mullally non indebolisce la Chiesa cattolica: la rafforza. Il Papa ha ricordato che l’unità non è uniformità, ma collaborazione concreta davanti alle sfide del mondo reale: guerre, povertà, migrazioni, crisi ambientali. Mentre il mondo soffre, c’è chi si scandalizza per una preghiera comune. Priorità molto chiare.
L’ecumenismo non è relativismo, non è sincretismo, non è confusione. È riconoscere ciò che già ci unisce e lavorare perché ciò che divide non diventi un muro. È ciò che la Chiesa insegna dal 1964. Chi oggi grida allo scandalo non difende la fede: difende la propria comfort zone. La Chiesa cammina, e chi resta fermo non può pretendere di giudicare chi avanza.

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Già san Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica Ecclesia Dei (1988), definì le consacrazioni episcopali compiute da mons. Lefebvre come “un atto scismatico” e affermò che tale gesto “comporta una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima”. Successivamente, sia Papa Benedetto XVI sia Papa Francesco hanno cercato con pazienza di favorire un cammino di riconciliazione. Benedetto XVI, nel 2009, revocò la scomunica ai quattro vescovi “per invitare alla piena comunione” e per “guarire una ferita nella Chiesa”. Papa Francesco ha concesso facoltà per le confessioni e i matrimoni “per il bene spirituale dei fedeli”. Tuttavia, nonostante questi gesti di apertura, la Fraternità non ha mostrato la volontà reale di rientrare nella piena comunione ecclesiale. Come ricorda il Concilio Vaticano II, “nessuno può attribuirsi il diritto di giudicare la Chiesa” (Lumen Gentium 25). E il Catechismo insegna che lo scisma consiste nel “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice” (CCC 2089).La FSSPX ha ormai costruito una propria identità al di fuori della comunione cattolica, sviluppando strutture, seminari, apostolati e una teologia parallela che si pone come giudice del Magistero vivente. Di fronte a questa realtà, ritengo che la Chiesa non debba insistere oltre nel tentativo di riportarli dentro “a tutti i costi”. Come insegna Papa Francesco, “’unità non si impone, si propone”, e non può essere costruita senza l’accoglienza sincera del Magistero e della disciplina ecclesiale. Per questo, credo che la Chiesa debba lasciarli andare per la loro strada, continuando a pregare per loro, ma senza forzare un ritorno che, allo stato attuale, non desiderano e che rischierebbe di generare ulteriori tensioni e illusioni. La comunione non può essere negoziata: può solo essere accettata.