Critiche senza missione , il Cammino evangelizza, altri no

Il blog Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo verità dedica molte energie a criticare il Cammino Neocatecumenale. È legittimo analizzare una realtà ecclesiale, ma spesso si dimentica un punto fondamentale: con tutti i suoi limiti, il Cammino Neocatecumenale è una delle poche realtà che prova davvero a impegnarsi nell’annuncio del kerigma e nell’evangelizzazione dei lontani. Mentre molte strutture parrocchiali, e lo dico con rispetto, faticano a uscire da una mentalità sacramentale, il Cammino tenta almeno di portare il Vangelo fuori dalle mura, nelle piazze, nelle case, nelle strade.

Le parrocchie oggi vivono una situazione complessa: si amministrano sacramenti, si organizzano attività interne, si mantiene la routine pastorale, ma raramente si riesce a realizzare quella “Chiesa in uscita” che Papa Francesco ha chiesto con forza. E non è un tema nuovo, perché anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno insistito sulla necessità di una nuova evangelizzazione. Tuttavia, la prassi concreta è rimasta debole: si continua a pensare che basti tenere aperta la chiesa e aspettare che la gente venga, mentre la secolarizzazione avanza e molti battezzati vivono ormai lontani dalla fede.

In questo quadro, non sfugge una mentalità vecchia e superata che si ritrova anche in alcuni commentatori del blog, come ByTripudio, che arriva ad affermare, commettendo un errore teologico e pastorale evidente, che il cristianesimo consisterebbe essenzialmente nel “salvarsi l’anima”, riducendo la fede a un rapporto intimistico e individuale tra sé e Dio, dove la comunità non ha alcun ruolo. Questa visione è lontana dalla fede cattolica, che è comunione con Dio e comunione con i fratelli. La Chiesa non è la somma di individui che cercano la propria salvezza personale, ma è il Corpo di Cristo, una realtà comunitaria, sacramentale, missionaria. Pensare che il cristianesimo sia solo “salvarsi l’anima” significa ignorare la dimensione ecclesiale della fede, la missione, la carità, la responsabilità verso gli altri, e ridurre il Vangelo a un percorso privato, quasi spiritualistico. È una visione che non ha nulla a che fare con la Tradizione viva della Chiesa.

È facile criticare, molto più difficile proporre un modello concreto di evangelizzazione. Chi attacca il Cammino raramente spiega cosa farebbe per annunciare il Vangelo ai lontani, quali strumenti userebbe, quali percorsi missionari immaginerebbe. Lo stesso vale per molti ambienti tradizionalisti, che spesso presentano ricette semplicistiche: tornare alla Messa di Pio V, usare il latino, ripristinare il passato come se fosse stato perfetto. Ma non dicono mai come intenderebbero affrontare la secolarizzazione, né quale progetto missionario proporrebbero per raggiungere chi non crede. Si idealizza un’epoca passata senza chiedersi perché, nonostante il latino e la liturgia antica, milioni di persone abbiano comunque abbandonato la pratica religiosa.

Il punto centrale è che il Cammino, pur con difetti e limiti, almeno prova a fare ciò che quasi nessun’altra realtà ecclesiale fa: evangelizzare. Organizza missioni popolari, annuncio nelle piazze, catechesi per adulti, inviti porta a porta, testimonianze pubbliche, percorsi comunitari che aiutano a sostenere la fede nel quotidiano. Non è perfetto, ma è un tentativo concreto di rispondere alla chiamata della Chiesa a uscire, a incontrare i lontani, a non restare chiusi nelle sacrestie.

La domanda che nessuno pone è semplice: chi critica il Cammino, quale alternativa propone? Qual è il modello di evangelizzazione che immagina? Come pensa di raggiungere chi non crede? Finché non si risponde a queste domande, la critica resta astratta e non aiuta la Chiesa a crescere nella missione che i papi hanno indicato con chiarezza: annunciare il Vangelo nel mondo reale, non solo discutere al suo interno.




Commenti

Osservatorio finito ha detto…
Vorrei far notare al blog “Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo verità” e ai criticoni che già Papa Paolo VI, nell’Enciclica Evangelii Nuntiandi n.4, scriveva: “Questa fedeltà a un messaggio, del quale siamo servitori, e alle persone a cui dobbiamo trasmetterlo intatto e vivo, è il fulcro dell’evangelizzazione. Essa pone tre domande cruciali, che il Sinodo del 1974 ha sempre avuto davanti agli occhi:
- Che ne è oggi di questa energia nascosta della Buona Novella, capace di toccare profondamente la coscienza dell’uomo?
- Fino a che punto e come questa forza evangelica può davvero trasformare l’uomo contemporaneo?
- Quali metodi bisogna seguire per proclamare il Vangelo affinché la sua potenza raggiunga i suoi effetti?

Questi interrogativi esprimono, in realtà, la domanda fondamentale che la Chiesa si pone oggi e che si potrebbe riassumere così: dopo il Concilio e grazie al Concilio, che è stato per essa un’ora di Dio nella storia recente, la Chiesa si sente o no più capace di annunciare il Vangelo e di inserirlo nel cuore dell’uomo con convinzione, libertà di spirito ed efficacia?”.

Paolo VI nel 1975 si chiedeva che fine avesse fatto la Buona Novella; e forse sarebbe il caso di chiederselo anche oggi. Nelle parrocchie, che fine hanno fatto la Buona Novella e il kerigma? Certo, i sacramenti sono fondamentali, così come le attività parrocchiali; nessuno nega l’importanza della struttura parrocchiale. Ma chi annuncia davvero la Buona Novella, il kerigma? Il Cammino Neocatecumenale cerca di farlo: ad alcuni non piace, ma oltre alle critiche non sanno proporre altro. I tradizionalisti si illudono che tornando alla Messa tridentina o al latino tutto si risolverebbe, ma sono solo pie illusioni.
Osservatorio finito ha detto…
Papa Leone XIV insiste che la priorità assoluta della Chiesa è annunciare il Vangelo. Per lui evangelizzare significa partire dalla realtà concreta delle persone, ascoltare le loro ferite e portare Cristo nelle situazioni di vita quotidiana. Ha affermato che prima di decidere cosa fare, bisogna contemplare il mondo in cui il Vangelo deve essere annunciato, perché la missione nasce dall’incontro con la storia reale dell’uomo contemporaneo.
Papa Leone XIV ricorda che il Vangelo è una forza che fa crollare il male, come la notte che cede all’aurora, e che gli evangelizzatori devono essere “operai nel campo del mondo”: portare carità dove c’è miseria, speranza dove c’è afflizione, fede dove c’è sfiducia. Le comunità cristiane, secondo lui, devono essere vive, ospitali, centrate sulla Parola e capaci di uscire, non chiuse nella gestione interna o nella semplice amministrazione dei sacramenti. Per Papa Leone XIV evangelizzare non è un’attività tra le altre, ma il cuore stesso della Chiesa. Tutto deve partire da Cristo e tutto deve portare a Cristo. Possiamo dire che però questi concetti sono ancora lontani dall'essere attuati.Mentre per ByTripudio è sufficiente salvarsi l'anima, vivere il proprio devozionalismo per vivere la fede, questo genere di persone non sono cattoliche.

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